Testi critici

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“ Nei tardi anni ’80 e nei primi ’90 il percorso della Morlino partiva da sassi e tronchi nodosi per isolare nello spazio del quadro concrezioni magmatiche di colore che ad un certo punto giunsero a stagliarsi contro fondi omogenei e compatti, proponendo una dialettica ordine-disordine che pareva aver raggiunto un punto di equilibrio. Sapevano di corteccia e di terra, ma anche di spugna e di carne: eppure non rappresentavano alcunché di oggettivamente tangibile, ma corroboravano la capacità della pittura di figurare anche ciò che non ha figura, frustrando nel contempo le nostre vane pretese di rinvenirvi ad ogni costo paragoni naturalistici. Nelle opere recenti quel compromesso si è tuttavia incrinato, e i gangli di colore hanno ripreso non solo ad espandersi fino ai bordi del rettangolo e oltre, ma ad aprirsi e spaccarsi, come se fossero sconvolti da centinaia di esplosioni sotterranee. Il gusto di rena, di legno e di sangue conosce ora anche inflessioni nuvolose e ghiacciate, poiché ai toni caldi si affiancano grigi azzurrati e lampi di bianco. Una gamma che ribadisce la volontà della pittura di toccare ogni corda espressiva di una materia rappresentabile solo al prezzo di una moltiplicazione di dettagli e frammenti privi di architettura. Il mondo si conosce soltanto per tracce, ma ciascuna traccia reca nel proprio seno i germi della totalità.
E se nelle carte e nei piccoli formati la nervosa dilatazione delle forme è affidata soprattutto alle risorse di un colore mai domo, nei dipinti medi e grandi il gesso aiuta a raggiungere la conformazione di un  rilievo, disegnando valli oscure e risalti plastici, come in un’imprevedibile topografia dello spirito. Già nelle carte,………….., affiora una tendenza alla risoluzione scultorea di quelle pennellate vibranti che acquistano reale spessore materico quando cresce la scala metrica: c’è sempre una zona di colore più acceso a provocare gli umori del fondo, c’è sempre uno stacco  che sfida la bidimensionalità e suggerisce un virtuale trapasso nella scultura. Non, tuttavia, la scultura finita, ma la scultura nel suo divenire e nel suo farsi.”

Fulvio Cervini

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“ Queste tele, con le loro superfici intersecate da profonde crepe, spaccature, incavi possono infatti sembrare veri e propri “paesaggi”, dei plastici orografici. Apparentemente casuali sono frutto di una rigorosa legge compositiva che si esplica nella determinazione dei rapporti di timbri e di accenti, di spazi e di dimensioni. Le cromie contenute: il nero-grigio, l’ocra-bianco, il rosso, fanno parte della strategia compositiva; certi fondali sembrano terreno di coltura per l’emergenza di una forma o di un groviglio che decreta, assertivo, la spazialità
.E come se l’artista mettesse in gioco in ogni opera l’intero suo pittorico sapere e il coinvolgimento più totale del suo essere, con la conseguente carica di pulsioni, conoscenze, esperienze e la posta è quel distacco, l’opera che traspone nella sua oggettiva essenza il tumulto che l’ha generata.
Dipinti di passione e di dramma, perentori per l’essenzialità della materia e del segno, più incisi nella pietra dura che dipinti da incantare. L’energia si sprigiona nell’ampiezza rapinosa dei gesti che mettono in moto un meccanismo di richiami di memoria e moltiplicano, sprofondando fino al buio dell’inconscio le compenetrazioni del vissuto e del sognato. Ma scopre anche luoghi di tenerezza, groppi d’ansia, addensamenti di commozione, complicazioni di sentimento. E ne scandisce l’impedito gorgoglio, auscultandone i palpiti. Sarà questo l”informale”?.
Judit  Torok
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“ Una restituzione di realtà minime un po’ annuvolate, friabili, a pennellate sognanti ( di verità velate di mondo leggermente corroso, di agonie affabili ) caratterizza la pittura acquerellata e crepuscolare di questa pittrice che ama dire la lenta rovina dei campi e delle costiere di un mondo che se ne va coi suoi affetti secolari  e ancora brulicante di vita nell’abbandono….”

Così scriveva Francesco Biamonti per Pina Morlino in occasione della sua mostra personale all’accademia G. Balbo, dal 29 dicembre al 20 gennaio 1980.

Si intuisce a mio avviso, fra le righe dello scritto di Biamonti, l’allusione a una verità nel modo in cui Morlino deciderà di seguire l’intricato sentiero dei ricordi, le instancabili esplorazioni di una Liguria aspra e verticale, colma di tensioni, di venti tiepidi di angoli muschiosi, di odori salmastri che il vento porta e confonde con il profumo delle ginestre.

Pina abita in una casa che si adagia sul precollinare della piana di Borgo Marina a breve distanza da centro cittadino.

In aperta campagna, a stretto contatto con una natura severa ma rigogliosamente invocante, Lei attinge con sempre più rinnovato fermento, forme, colori, stati d’animo, come un filo d’erba che si innalza stanco nell’azzurro del cielo o la metamorfosi di un germoglio che si fa vita ed emana profumo di sole.

Entrando nello studio, si avverte quasi istantaneamente la quantità di opere già custodite, alcune ( le più grandi), appoggiate alle pareti, altre ( di formato inferiore), su scaffali bene ordinate, quelle in lavorazione su cavalletti.

Il lavoro della Morlino, oggi, è al di fuori della consuetudine del dipinto “tradizionale”, fatto di tele montate su telaio; Lei predilige usare materiali diversi, come gesso, tessuti, che applicati su tavole di legno o supporti tipo multistrati o altro, creano spessori, a volte filiformi a volte a tutto campo, con drappeggi e anfratti simili a memorie o apparizioni di finti fantasmi, pregni di colore, di umori a volte meno turbanti.

Ma Pina si difende bene, sapendo valutare i richiami di un paesaggio che si ripropone ( dopo uno studio accurato), perché nulla è lasciato al caso, non concedendo quindi facili soluzioni o la triste immagine di una banalità che si perderebbe in un nulla di fatto.

La Morlino ha un suo fare ormai consolidato, la drammaticità che a volte si avverte nelle sue opere è frutto di riflessioni, di autocritica, di rigurgito verso le cose o le cause degli avvenimenti di uno scorrere del tempo troppo in fretta.

Di vivere il suo tempo.

Un artista che opera, ha dentro di se uno stato angosciante ed è ossessionato da dubbi, passa da piccoli momenti di gioia al dramma di una vita sconfitta.

Egli è solo nella noia di molti.

Una pittura quella della Morlino, che per un certo verso è arida, ma schietta al richiamo di vive memorie avvolte in un sentimento di malinconia.

Decisamente Pina ha scelto una formula da percorrere non corrispondente al gusto del grande pubblico ma, chi segue ed ama l’arte, sa valutare sia le sue tendenze sia di conseguenza le varie soluzioni.

Questa formula l’ha inoltrata sul sentiero dell’informale che deduce sentimenti da far palpitare il cuore con forti emozioni.

Il soggetto, in un paesaggio, posto in un luogo deputato, esiste in tutta la sua realtà, ma avrà la sola funzione di “pretesto”.non occorre individuare questo o quel luogo; la connessione che si avverte tra un artista e un soggetto diventa fusione ad un livello di alta spiritualità, così grande che nulla può intaccare la poesia sostenuta dalla forte e conseguente determinazione.

Qualcuno ha scritto: Noi non vediamo le cose come sono.

Noi vediamo le cose come siamo noi.

 

Sergio Gagliolo

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Quasi un mare l’erba.

 

Pina Morlino è così pudicamente riservata, come risolutamente aliena dai riflettori, che negli anni recenti non sono stati molti ad aver avuto la ventura di seguirne il percorso, costellato da diversi acuti di sapore materico e di folgorante cromatismo. Quei pochi hanno tuttavia appreso ad amare una febbrile ricerca appartata, corroborata da un’energia insolita per chi si applica con dedizione ad alcuni temi forti, esplorati in un ricco catalogo di varianti: energia che si coglieva in grandi composizioni verticali dove il colore, diluito sul gesso, colava e grondava lacerandosi e rapprendendosi, simulando crepe e bruciature, ovvero evocando tessuti e cartilagini quanto il sangue e la carne.

Negli ultimi tempi questo lavoro di definizione e ricomposizione della materia bruta ha dato vita a una memorabile sequenza di dipinti in cui la calda intensità dei gialli e dei rossi – ovvero l’invadenza abbacinante dei bianchi – è stata risucchiata da fondi certo ancor neri, ma soprattutto da impasti di verde dai mille toni cangianti, che invadono il quadro determinando campi d’azione rettangolari e galassie lussureggianti dove ogni altro colore non vive che in meri riflessi. Mille volte si rifrange la luce su queste accidentate superfici, aiutata da un gesso che traccia solchi e terrapieni, quando non scava trincee o agita pozzanghere: ma il più delle volte il verde non si sporca e resta brillante, cedendo molto della sua strutturale freddezza e anzi aprendosi quasi volesse respirare. E’ una luce che fende il buio, una patina che nasce dalla materia per neutralizzarne la violenza. In quel solo colore ci sono tutti i colori, contrappuntati dal nero che lo nega, e che a sua volta dal verde viene negato. Non è tuttavia un verde che disponga immediatamente alla serenità, come vorrebbe il grado zero di un minimo di critica impressionista. Il colore  delle acque e delle praterie sa essere invece infido e meduseo, specie quando è declinato in una varietà inesauribile di toni. Al cinema credo che raramente si sia visto tanto verde, e tanto espressivo, come in The thin red line di Terrene Malick:  e, quel che conta, per rappresentare lo sfondo necessario sia del teatro della morte che dell’ illusione di riguadagnare il paradiso perduto. Ed è su un prato che l’Antonioni di Blow up fa scoprire al suo fotografo l’impossibilità di discernere fra realtà e visione. Foreste incantate e selve oscure si attraversano per raggiungere l’Abisso, e nella migliore delle prospettive valgono come porte di comunicazione tra mondi. E uno stesso colore appartiene alle palme che fioriscono nella sabbia come alle alghe che avvolgono i relitti. Forse è proprio il fatto che il verde non sia esclusivo dell’Eden a risucchiare lo sguardo dentro le esplorazioni di Pina e a procurargli una sensazione di smarrimento, sospesa tra l’elegia di una vita cessata e la percezione di un’altra vita che rinasce, tra il dolore della terra e la coscienza delle infinite linfe che la bagnano. Sono le oscillazioni di un’artista che si cerca, e che in quel colore vive le proprie epifanie.

Tutto intorno a noi e ancor più in là, c’è tanto verde che sembra quasi un mare l’erba, e si corre davvero il rischio di perdervisi dentro, lasciandosi rapire dalle correnti e dalla schiuma: se non fosse che l’infinito è solo apparente, e il disordine viene disciplinato da una percezione della materia per episodi, per strofe di un solo componimento poetico, per variazioni di un medesimo flusso musicale. Le concrezioni di gesso e di colore sono infatti esaltate, ma anche regolate, dai fondi e dai bordi neri –  ora opachi ora catramosi- che le trasformano in frammenti conclusi e spezzati, in reperti geologici, in sezioni sottili da microscopio, isolando parvenze di individualità: è pur vero che all’interno di ogni pannello lo smarrimento resta in permanente agguato, ma lo è altrettanto la fiducia in una via d’uscita, ovvero nella possibilità dell’arte di ritagliare dal caos frammenti di verità da sottoporre alla contemplazione.

Se dunque il senso della dilatazione rammenta certe marine informali di Sergio Biancheri –come i grandi quadri neri dei primi anni settanta del Novecento – la ferma volontà di circoscrivere la materia come se  fosse un oggetto, secondo una sensibilità che in lontananza risale a Fautrier, avvicina le cadenze della Morlino a molte stagioni di Sergio Gagliolo e concorre a definire un orizzonte di ricerca proprio di una certa linea della pittura ligure in questi decenni. Andrà semmai riconosciuta la natura argentea e umbratile dei verdi di Gagliolo, mentre quelli di Pina, non mai adoperati con una tale profusione a queste latitudini, evocano semmai certi toni smaltati e violenti che Borlotti attribuiva a ulivi e cactus quando li dipingeva a Bordighera. Inoltre in Gagliolo il colore increspa appena la superficie dando l’illusione di roccia o di fogliame, e definisce l’”oggetto” facendogli condividere la medesima atmosfera del fondo, mentre nella Morlino la composizione si dilata fino a toccare i margini del dipinto, ed è al tempo stesso assai più fortemente caratterizzata in senso plastico. Lo spessore deriva infatti non solo o non tanto dal colore raggrumato, ma anche e soprattutto dal gesso, steso con abbondanza e travaglio quasi mirando al bassorilievo; e la similitudine si rafforza nelle opere di minor formato, dove le tavolette di supporto hanno di loro uno spessore da pannello a rilievo più che da dipinto tradizionale, e qualche volta il modellato si organizza in modo da evocare la trasfigurazione di in capitello a fogliami, o di un tralcio romanico abitato da mostri. Più che mere rappresentazioni, questi lavori hanno dunque la conformazione di distacchi ( come di intonaci, rocce, lamiere o zolle di prato ), di porzioni materiali fisicamente sradicate, conoscibili soltanto se lo sguardo si fa ravvicinato. Forse perché il loro contesto non c’è più, o non ha più un senso.

Sempre pericolosa è l’immaginazione applicata a opere astratte e informali, perché induce a cogliere similitudini figurative assecondando i parametri della sensibilità visiva di chi guarda, anche laddove queste similitudini non sono intenzionali. Un’artista cosciente e meticolosa come Pina sa bene come il libero corso delle associazioni di idee faccia parte del contratto sociale che ogni autore negozia con il suo pubblico, e a maggior ragione con un pubblico condizionato da un orizzonte d’attesa che si proietta sul contesto culturale in cui l’artista produce. Forte è dunque la tentazione di accettare la sfida delle similitudini leggendo in quelle superfici riarse un rispecchiamento del paesaggio ligure e della sua irreversibile senescenza, la commiserazione per una terra abbandonata, il rimpianto per una natura ormai dissolta: in sintonia, se vogliamo moltiplicare i parallelismi, con alcune alte pagine di Francesco Biamonti.

La suggestione del confronto non deve tuttavia impedirci di riconoscere il carattere assoluto di queste grandi superfici ferite su cui torna a brillare un verde inaudito: che potrà sapere di muschio o di erba, di brughiera o di palude invecchiata, impasto di sabbia e cretto d’argille (se non carbone o ferro brunito). Esse nascono certo tra i campi a terrazze che guardano il mare sopra Bordighera, nella calma di uno studio ricavato da una grande vasca che tiene qualcosa del fortilizio come della tomba a tholos. Ma il loro traguardo non è tanto quel che l’occhio vede immediatamente appena uscito dal laboratorio, è un ideale di crosta terrestre vissuta e stratificata, fatta di civiltà sepolte come degli umili reperti di esistenze individuali: dove tuttavia la vita palpita senza sosta rinnovandosi di continuo – forse Braudel avrebbe detto così – e innervando le strutture malgrado le congiunture e gli avvenimenti, che passano lasciando appena qualche scalfittura. Per questo l’ultimo percorso della Morlino è anche una meditazione sul tempo: non quello istantaneo o bruciato della vita che non si riesce a catturare, non quello di una realtà instabile e frammentata, non quello della tecnica e della serialità. Ma quello quasi impercettibile della natura ciclica e delle metamorfosi geologiche, il tempo che impiega un fiume preistorico a scavare un canalone e poi a scomparire, o quello che impiegano i rovi a spolpare i ruderi di una città abbandonata. Se ancora vogliamo stare al gioco delle assonanze naturalistiche, forse bisognerà pensare a quelle fotografie aeree con cui gli archeologi cercano tracce da investigare sul campo; o a una immagine satellitare che restituisce solo i colori freddi di un luogo privo di calore perché privo di umanità.

Certo è un mondo sofferente, avvolto dalla tenebra, popolato di scorie, screziato da infinite lacerazioni; un mondo cui appartengono frammenti di tronchi e stalagmiti, che Pina suggerisce talora modellando e verniciando il gesso in forma di vere sculture tridimensionali. E soprattutto un mondo combusto, esausto, spossato. Ma attraversato da linfe inestinguibili che l’occhio dell’artista dissotterra e addita alla coscienza. Quel verde pervasivo non è così soltanto la natura onnivora che riprende ufficialmente ciò che sempre è stato suo; è anche un persistente inizio, un tempo non misurabile in cui la materia si gonfia e si rilassa prendendo tutti i gradi della dilatazione e facendo intuire la sua potenzialità di organizzarsi in forme ancora invisibili, e pur già vive in potenza. A queste sole condizioni penso sia possibile recuperare un punto di vista localizzato e guardare questa straordinaria sequenza anche come una dolente riflessione sul paesaggio ligure contemporaneo, inavvicinabile se non per blocchi di materia cruda: la cui verità – e suprema bellezza – va riconosciuta in quel che vive nella durata lunghissima, oltre gli accidenti e le miserie di quelle in culture che di tutto han fatto per cancellare il verde dai loro atlanti.

 

Fulvio Cervini

Testi criticiultima modifica: 2013-02-12T23:39:30+00:00da balboarte

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